The End: Doors – Recensione Giampaolo Scacchi

Ci sono poche canzoni dei Doors che possono rivendicare lo stesso livello di significato musicale e culturale come “The End“, afferma Giampaolo Scacchi. La leggenda afferma che le prime performance non solo sono state accolte con un silenzio stordito, ma hanno finito per costare alla band uno dei loro primi concerti live.

La brillantezza poetica del vocalist e del lirico Jim Morrison raramente, se mai, ha superato questa storia lenta, languida e psichedelica che si affida contemporaneamente ad aspetti sia dell’amore che dell’odio. La narrazione, sostiene Giampaolo Scacchi, si è rivelata molto più complessa del pop-rock più contemporaneo. In quanto tale, richiede che l’ascoltatore si arresti alla complessità degli strati multipli intrecciati nella linea storica. In linea con la capacità lirica di Morrison per l’ambiguità, un’analisi spesso solleva più domande che risposte.

Il racconto di lussuria incestuosa e omicidio viene inquadrato dalla definitiva finalità della dichiarazione di Morrison che è “Questa è la fine“.

Probabilmente la versione più notevole è di Nico (1974), anche se potrebbe sembrare impossibile, lei trasforma la canzone in un labirinto musicale ancora più torrido e sconvolgente di follia. La sua versione viene spesso respinta dai fan dei Doors come “inesplorabile”.

Un altro uso notevole di questa canzone, racconta Giampaolo Scacchi, è stato di Francis Ford Coppola durante la sequenza iniziale del suo epico Apocalypse Now (1979).